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Termini e condizioniDalle radici antischiaviste al partito della modernizzazione
Oggi noto per le sue posizioni conservatrici, il Partito Repubblicano americano (Grand Old Party, o GOP) si distinse nella seconda metà dell’800 e nei primi decenni del ’900 per una piattaforma profondamente progressista rispetto agli standard dell’epoca. Questa identità affonda le radici nella sua fondazione, avvenuta nel 1854 a Ripon, Wisconsin, ad opera di esponenti ex-Whig, liberali e antischiavisti nordisti che si opponevano al Kansas-Nebraska Act, una legge che minacciava di espandere la schiavitù nei nuovi territori dell’Ovest.
Il GOP si presentava come il partito della libertà, del lavoro libero (“Free Soil, Free Labor, Free Men”) e della modernizzazione: si opponeva all’arretratezza schiavista del Sud guidato dal Partito Democratico e sosteneva lo sviluppo industriale, infrastrutturale e bancario degli Stati Uniti. Con Abraham Lincoln, primo repubblicano alla Casa Bianca, il partito guidò l’Unione nella guerra civile (1861-65), conquistando nel 1865 l’abolizione della schiavitù con il XIII emendamento.
L’era progressista e la leadership repubblicana
Finita la guerra, fino al 1932 i Repubblicani dominarono la scena politica americana. La loro base elettorale era composta da imprenditori, liberi professionisti, operai del Nord, agricoltori progressisti e anche afroamericani (che per decenni votarono in larghissima parte per il GOP). Il partito favoriva politiche come l’espansione ferroviaria, l’istruzione, i diritti civili, l’intervento statale nell’economia in chiave protettiva e la modernizzazione generale del Paese.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i presidenti repubblicani William McKinley e, soprattutto, Theodore Roosevelt, promuovono un’agenda di riforme detta “progressista”: lotta ai monopoli, tutela dei consumatori, norme sul lavoro minorile, valorizzazione dell’ambiente, diritti dei lavoratori. Roosevelt fonda addirittura un nuovo partito, il Progressive Party, per spingere ancora di più in questa direzione nel 1912. In questa fase, mentre il GOP guidava la modernizzazione e le riforme, il Partito Democratico manteneva ampie frange conservatrici, in particolare nel Sud segregazionista e agrario.
Come (e quando) tutto cambia: la svolta del ’900
Il grande ribaltamento si consuma tra la crisi del ’29 e il secondo dopoguerra. Con il New Deal di Franklin D. Roosevelt (presidente democratico dal 1933), è il Partito Democratico che diventa il principale motore di riforma progressista e sociale, avvicinando lavoratori urbani, sindacati, neri e minoranze: nasce la “Roosevelt Coalition” che trasforma il partito in una grande forza popolare e progressista.
Parallelamente, molti Repubblicani si spostano verso posizioni più conservatrici, puntando sul libero mercato, la riduzione dell’intervento statale e il sostegno ai valori tradizionali, trovando ora consenso soprattutto nei ceti medi e nelle regioni rurali, oltre che tra imprenditori e classi agiate.
Le questioni dei diritti civili negli anni ’60 e delle battaglie culturali successive condurranno a un ulteriore rimescolamento: il GOP da “partito di Lincoln” perde la maggior parte del supporto degli afroamericani, mentre i Democratici — abbandonando la componente sudista — divengono il partito delle minoranze e delle battaglie progressiste.
Oggi: due partiti e storie ribaltate
Quello che appare oggi come un dato acquisito — repubblicani conservatori, democratici progressisti — è figlio di una lunga marcia di trasformazioni sociali ed economiche. Il GOP progressista delle origini fu un attore decisivo per i diritti civili e sociali; e solo con il passare dei decenni, anche sotto la pressione dei mutamenti demografici e sociali, il Partito Repubblicano si è progressivamente spostato su posizioni più tradizionali.
In definitiva, la storia del GOP certifica che nulla, in politica, è mai scritto per sempre: anche le identità più “solide” evolvono, rispondendo ai grandi conflitti sociali, economici e culturali che attraversano la società americana.