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Termini e condizioniLe radici storiche della contesa
Il rapporto tra Cina e Taiwan ha origini complesse e si intreccia con le grandi trasformazioni politiche dell’Asia orientale negli ultimi secoli. L’isola, abitata da popolazioni indigene, venne colonizzata dagli olandesi nel XVII secolo e solo successivamente integrata sempre più stabilmente nell’impero cinese Qing, a partire dal 1683. Dopo la guerra sino-giapponese del 1895, Taiwan passò sotto il controllo del Giappone fino alla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel 1945, con la sconfitta giapponese, Taiwan fu restituita alla Cina. Tuttavia, nel 1949, a seguito della guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti, il governo nazionalista di Chiang Kai-shek si rifugiò sull’isola e vi fondò la Repubblica di Cina, mentre sulla terraferma Mao Zedong proclamava la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Da allora, Pechino considera Taiwan una “provincia ribelle” delle sue terre, mentre Taiwan rivendica la propria autonomia politica, benché con una posizione volutamente ambigua per evitare una rottura definitiva.
Le ragioni storiche, politiche e strategiche della Cina
La Cina sostiene che Taiwan sia parte integrante del suo territorio sulla base di motivi storici: nella sua narrazione ufficiale, l’isola fu sempre sotto il controllo cinese, tranne per isolati periodi di dominazione straniera. La situazione attuale, secondo Pechino, sarebbe frutto di ingerenze esterne e di una guerra civile ancora irrisolta.
Ma le motivazioni vanno ben oltre la storia. La “riunificazione nazionale” è un punto centrale nella retorica del Partito Comunista Cinese, diventata sotto la guida di Xi Jinping una priorità politica e una questione di legittimazione personale: la riannessione di Taiwan farebbe di Xi il leader che ha compiuto l’opera lasciata incompiuta persino da Mao.
Dal punto di vista geopolitico, Taiwan è una pedina chiave nel contenimento della Cina da parte degli Stati Uniti, che mantengono intorno all’isola una “catena di isole” strategica: una serie di alleanze e basi militari (Giappone, Filippine, Guam) che limitano l’espansione della marina cinese verso il Pacifico. Controllare Taiwan permetterebbe a Pechino di superare queste barriere, rafforzando la sua influenza e la proiezione militare marittima nella regione.
L’importanza economica di Taiwan
Taiwan non è soltanto una questione identitaria e strategica: è anche un gigante economico e tecnologico. L’isola ospita alcune delle più avanzate aziende mondiali del settore dei semiconduttori, come TSMC, fondamentali per l’economia globale e per le forniture elettroniche di Cina stessa, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. La sua posizione geografica, nello stretto tra Cina e Giappone, è un nodo cruciale per le rotte commerciali dell’Asia orientale.
Il futuro: tensioni e incognite
La Cina ha promulgato nel 2005 una legge che minaccia il ricorso alla forza militare qualora Taiwan dichiari l’indipendenza o si verifichi una “separazione” irrevocabile. Nel frattempo, la diplomazia internazionale resta bloccata tra il principio di “una sola Cina” (accettato dalla maggior parte dei Paesi, compresi gli USA) e il supporto, più o meno esplicito, a Taipei per mantenere l’attuale status quo.
In sintesi, Pechino vuole Taiwan per ragioni che sono insieme storiche, politiche, strategiche ed economiche: controllare l’isola significa completare l’unificazione nazionale, rafforzare la proiezione marittima e militare, e acquisire un vantaggio decisivo nella competizione globale. Una partita che resta tra le più delicate e potenzialmente esplosive del nostro presente.